Pallino

Mi hanno sistemata in un ostello con cena compresa, nel terzo e nuovissimo edificio del Saheli Hostel – for Ladies only. Il “new building” è talmente nuovo che lo stanno ancora finendo di costruire ed io sono la prima ospite.
Per questo c’è Aparna madam con me, sta qui giorno e notte, di giorno svolge la funzione di un portiere, anche se la porta che ancora non c’è, di sera dorme nella camera vicino alla mia e la mattina tiene in caldo il caffè che ci recapitano. Mi sono facilmente adattata al “pure vegetarian” del bar dell’università e del’ostello, a queste fantastiche piadine di farina di grano che, usate a pezzettini tra indice e pollice svolgono la doppia funzione di cibo ed utensile per raccogliere o essere inzuppate in tutti i tipi di verdure e brodini immaginabili. La cucina indiana non è così piccante, in fin dei conti ho masticato con le lacrime che scendevano sulle guance per il fuoco che avevo in bocca solo due volte, le ragazze hanno riso affettuosamente. Le 6-7 persone vestite normalmente – donne in sari e uomini pantaloni e camicia a maniche corte – che stanno all’ostello di giorno sono operai. Una donna asciutta con un sari rosso ha terminato il muro della recinzione, preparava la malta un un recipiente tondo che poi ha trasportato appoggiandoselo sulla testa; penso di non aver mai visto un operaio così elegante. Ho scoperto che è normale che quattro di loro vivano tra i pilastri di cemento bruto al piano terra della struttura, ancora completamente aperta. Prima di sapere che fosse la loro casa avrei voluto strangolare il cane legato lì, il maledetto ha abbaiato ogni notte ai passi di qualsiasi persona si avvicinasse. Ho capito che in realtà ci protegge, ora mi è simpatico e non mi disturba più sentirlo abbaiare di tanto in tanto, tra il rumore rilassante dei grilli e gli strani versi di alcuni uccelli tropicali non ancora identificati – non ho capito se si nascondono tra i cocchi o i manghi. Una mattina una delle ragazze del primo anno che mi ha preso sotto la sua ala protettrice mi ha portato con lei in un tempio. Abbiamo percorso a piedi le stradine della zona in cui abito e poi una strada più grande e trafficata. Su uno dei due lati, dopo un pezzo di terra incolto con un po’ di sporcizia, ho avvistato il pinnacolo colorato a pastelli del tempio con una bandiera arancione a due punte che sventolava sulla sommità. Un pasticcino oblungo tra le chiome degli alberi. Peru, la mia guida, si toglie i sandali e io la imito, e con i piedi freschi sulla pietra risaliamo una decina di ampi gradoni tra gli alberi. La loggia del tempio non ha niente di sfarzoso, si affaccia su una strada trafficata ed è contornata da una balaustra è di legno verniciata di arancione. E’ un po’ nascosta dagli alberi, chissà se è per questo che, nonostante il rumore della città, l’aria che si respira era mistica. Gli ornamenti del Diwali sono ancora appesi, un po’ impolverati, ma la polvere c’è in ogni strada… magari tra un po’ di tempo non ci farò più caso. Peru tocca il leone che fa la guardia ala porta del tempio e fa sbattere il batacchio della campana appesa davanti alla porta della cella. Con le mani unite al petto assistiamo al rituale, anche se la “sacerdotessa” ci dà le spalle e guarda la divinità colorata sulla parete. Suonano un campanello dal suono simpatico e bruciano qualcosa, come per risvegliare la divinità femminile di Pune a cui è dedicato il tempio. In qualche minuto è tutto finito nella cella, Peru dice una preghiera ritta in piedi davanti alla porta e poi mi invita ad entrare. Mi dice di imitarla e tocco un contenitore con le polverine con la fronte, poi prendiamo il fumo di una candela tra le mani, e lo portiamo al viso. Ci si fa una “autocarezza” calda in pratica, che ha un effetto molto rasserenante. Con un mix di polverine, giallo curry e rosso scuro, mi fa il pallino sulla fronte. Come Peru mi ha inclusa nel suo rito, così le persone che ho conosciuto al college mi hanno inclusa nelle tradizioni: con una naturalezza stupefacente e spiazzante. Così, durante un pomeriggio in aula studio, non so neanch’io bene come, mi sono ritrovata dell’henné ad asciugare su una mano. Quando mi hanno detto che non avrei potuto usare la mano per tre ore mi è venuto un colpo, devo aver strabuzzato gli occhi in modo così evidente da far scoppiare a ridere le ragazze intorno a me. Ora è un bellissimo mehendi rosso scuro, lo sfoggio con orgoglio. In questi giorni ho imparato un sacco di cose. Gli “operai eleganti” lavorano anche la domenica. Aparna madam mi ha richiamata perchè ho lasciato i sandali nel corridoio fuori dalla porta della stanza, non si fa, qualcuno potrebbe rubarli, effettivamente le operaie sono scalze. Il “pallino” si chiama bindi, si fa esattamente all’incrocio delle sopracciglia in modo che possa trattenere l’energia del sesto chakra, la saggezza si trova lì. La papaia si sbuccia anche dentro, togliendo la pelle biancastra che fodera l’incavo con sezione a stella, Aparna madam dice che è ottima solo se usata come maschera di bellezza per il viso, proverò.
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