Principessa Diana

Mr Vishal mi aspettava all’aeroporto con un cartello con il mio nome, come nei film. Dopo la expressway Mumbai-Bangalore, intasata anche alle quattro di mattina, sono arrivata a Pune”. La prima puntata del Diario dall’India di Aurora Destro.

Viva e Vegeta. Quel che ho visto finora non fa così male, non è sconvolgente come mi aspettavo. E’ semplicemente diverso. Probabilmente non ho avuto shock grazie al soft arrival che mi ha riservato l’università. Mr Vishal mi aspettava all’aeroporto  con un cartello con il mio nome, come nei film. Ha chiamato l’autista e zac, in 3 ore eravamo inerpicati sulle colline vicine a Pune e continuavamo a fare slalom a ritmo di clacson tra camion, furgoni, jeep e furgoncini che intasavano la expressway Mumbai-Bangalore pur essendo quasi le quattro di notte.

Arrivati. Mi hanno ficcata in una stanza del guest hostel, che solo a pensarci sento gli acari che mi vanno su per il naso e mi viene da starnutire, e la mattina dopo, un po’ rimbambita dal fuso, ho incontrato due professoresse.Si sono assicurate che la sistemazione andasse bene, ovviamente ho detto di sì, per riconoscenza a chi mi ha dato un tetto sopra alla testa e per il mio spirito di adattamento, e una di loro mi ha dato appuntamento per la colazione della domenica. Mi hanno salutato e spedito a mangiare in mensa, raccomandandomi di riposare.

Avvicinandomi alla porta noto subito una quindicina di paia di sandali e ciabatte fuori dalla porta, lascio lì anche i miei e scendo i quattro gradini che portano alla sala piena di tavoli e sedie con i miei piedi bianchi, più grandi e diversi da quelli degli altri. Il ragazzo al bancone mi guarda con curiosità e forse un lampo di inquietudine.

Per dare meno nell’occhio possibile cerco di copiare “la tecnica” dalle altre ragazze. Preso un vassoio di metallo perfettamente rotondo e luccicante da una delle tre pile, vi si appoggiano all’interno tre ciotole dello stesso materiale, che verranno riempite delle tre cose liquide non ancora ben identificate, a me prossime nella risalita del bancone.

All’interno del tondo luccicante, che quindi funge sia da piatto che da vassoio, si appoggia un cucchiaio, più piccolo dei nostri cucchiai, ma più grande di un cucchiaino da tè. In modo impacciato metto una specie di sottile e morbida piadina nel vassoio, riempio le ciotole con le tre brodaglie, rispettivamente bianca, marrone e gialla, e completo l’opera con una cucchiaiata di riso bianco che capisco al volo essere sgranato come piace a me e una di verdure verde scuro. Seduta ad un tavolo spio le mie vicine per capire che combinazioni fare e provo ad usare le mani come fanno loro per mangiare pezzettini di piadina con le verdure o inzuppati nei brodini colorati. Tempo due goffi tentativi e il passaggio al riso e al cucchiaio che inizio a chiacchierare con la ragazza magra con gli occhi nero luccicanti seduta di fronte a me. Dopo il pranzo avevo conosciuto tutto il gruppo di amiche di cui non mi ricordavo neanche un nome, ma tutte si ricordavano il mio.

Ho fatto il mio primo giro in motorino, dietro al tecnico dei computer dell’università che mi ha portato al campus per, per fortuna, poche centinaia di metri.
Non ho ancora capito i motivi per cui si suona il clacson qui. Non ho ancora capito i motivi per cui si suona il clacson qui. A Milano lo fanno se un pirla parcheggia in mezzo alla strada, o, ogni tanto, come antistress. A Berlino non si fa. Io suono se ho qualcosa da dire. Ma qui una regola non c’è, se non la voglia di dire “sono al mondo anch’io e ho un mezzo a due, tre o quattro ruote con cui strombazzare simpaticamente”. A cena le mie nuove amiche del primo anno mi hanno detto che gli piace la mia compagnia, che sono molto carina; dicono che gli piace il mio taglio di capelli, e che appena mi hanno vista gli sono sembrata la principessa Diana. Ottimo! Cosa c’è di meglio che essere scambiata per un inglese in India?

La mattina dopo facevo colazione con omelette e caffè in compagnia della figlia quindicenne di prof. Asmita. Mi ha invitato nella sua casa a tre piani circondata da piante di cocco e mango perchè mi sentissi a casa. Effettivamente quella, progettata da lei, l’effetto casa lo darebbe a chiunque.

Mi hanno spiegato che una persona in famiglia ha il compito di curare il rapporto con gli dei e fare il rituale quotidiano, la puja. La mamma di prof. Asmita si è fatta il bagno, messa un sari rosa pulito ed è andata in giardino. Si può assistere alla puja, noi chiacchieriamo e la sacerdotessa di casa prepara il rito. C’è un lumino acceso vicino al piccolo altare, si fa un “make up” alle statuette delle divinità, e l’offerta di frutti e dei fiori raccolti in giardino. Con una specie di campanello squillante madam sembra risvegliare le divinità e poi inizia con la preghiera. Quella domenica ho imparato un sacco di cose. Una domestica giovane e bella vestita con un sari rosa può avere un occhio cieco tutto bianco; la figlia della tua prof ti riaccompagnerà a casa in motorino senza avere la patente. Alla fine però sembra tutto parte di un ordine naturale.

(foto di copertina, Pune, India © Aurora Destro)
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