Dopo un anno da emigrata a Lisbona

Ilaria é una grafica e web designer emigrata a Lisbona per riuscire ad essere una donna indipendente, trovare un lavoro sicuro e non vivere più sulle spalle dei genitori. Avevamo raccontato del suo arrivo nella capitale portoghese, nel pieno della crisi economica, per lavorare in un call center di una multinazionale per i clienti italiani. Questo é il suo racconto, un anno dopo:

 Raccontare il mio anno e mezzo a Lisbona è complicato, ma ci sono due aspetti in particolare che vorrei evidenziare.

Uno, riguarda il luogo: Lisbona, i suoi bairros e i paesi nei dintorni, nascondono bellezza e decadenza in un alternarsi disordinato, improvviso, ogni volta sorprendente.
L’altro, riguarda l’aspetto umano e tutte le esperienze avute grazie al succedersi delle conoscenze in questo mondo misto e multicolore di “rifugiati” e call center.

Verrà il giorno in cui capirò cosa faccio qui, nella capitale del Portogallo, dove parlo portoghese a casaccio senza averlo mai studiato, conduco una vita disordinata e con i risparmi sempre rosicati. Dove ho gli amici contati ma riesco sempre, in qualche modo, a divertirmi. L’Italia mi manca, perché mi mancano la mia famiglia, gli amici di sempre e le comodità. Ma se dovessi ritornare di nuovo indietro, come ho fatto nel 2010 dopo l’esperienza a Malta, sono sicura del fatto che non ci riuscirei e mi sentirei sempre una disadattata. 

Raccontare il mio anno e mezzo a Lisbona è complicato. In questo mondo misto e multicolore di rifugiati e call center.

Vivere a Lisbona da italiano, in parte ti illude di essere in un posto simile all’Italia ma poi ti convinci subito che sei in una dimensione parallela. I ritmi sono più lenti, nonostante ci si trovi in una capitale europea, dove ritornano sempre i discorsi tra amici e conoscenti, in cui si dice che altrove è sempre meglio. Diversi di questi amici ed ex colleghi hanno lasciato Lisbona per altre mete più proficue per il lavoro, sempre all’estero; altri sono ritornati in Italia dopo l’esperienza di lavoro a dir poco “intensa” in uno dei vari call center, per completare gli studi o per cercare un altro impiego sperando di trovare qualcosa di meglio. Di questi tempi, è sufficiente dire “qualcosa”.

Personalmente, apprezzo ogni tipo di esperienza e so che arricchisce, ma spesso non trovo il tempo di interiorizzarla a dovere e tutte le cose vissute riemergono solo dopo un po’. 
Il lato negativo del “call center” è che non vale la pena impegnarsi troppo per fare un lavoro qualsiasi, me ne sono accorta dopo un anno trascorso all’interno di una delle aziende più chiacchierate (in negativo) di Lisbona, per poi trasferirmi in un’altra azienda a fare tutta un’altra cosa, previa nuova formazione, nuovi test e nuovi problemi da affrontare con i clienti. 
Il consiglio che vorrei dare a tutti quelli che vogliono trovare un lavoro di appoggio, e non quello “della vita” (come direbbe la mia amica ed ex collega Francesca) è: serietà e impegno, sì, ma senza esagerare. Presto, vi accorgerete che  salendo di grado nella gerarchia aziendale, serietà e impegno “magicamente” svaniscono.
Lavorando in questi luoghi, capisco l’importanza del mettere in pratica quello che hai studiato: continuo ad essere una grafica anche se non a tempo pieno, purtroppo, ma cerco comunque di arrangiarmi con lavoretti freelance.

Desidero aggiungere un ultimo spunto per la serie “esperienze negative all’estero”, sebbene possa succedere anche in Italia. Attualmente vivo in una casa “multistanza” vicino Marques de Pombal e Amoreiras, ottima posizione ma con diversi aspetti negativi. Non ultimo, la padrona di casa che spia me e i miei coinquilini dal balcone e si permette persino di venirci a dire, entrando in casa senza avvisare, cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, che la casa è sporca e che per ospitare gente bisogna avvisarla.
Come avrete intuito, in situazioni del genere ed alla tenera età di 33 anni, la cosa migliore da fare è fuggirsene immediatamente.

Ilaria Federici

(In foto il murale di Ergo, ora distrutto, a Lisbona, Alto do Longo © Chiara Zaratin)

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