La moneta che non c’è

Le chiamano monete sociali. Meglio definite come monete complementari, nate per coesistere con l’euro e non per sostituirlo. Pensate anche per ridurre progressivamente il peso della moneta unica sui mercati, in modo da fare ripartire le economie locali in Spagna.

Come nel caso dell’eco. Una delle monete complementari in circolazione in Spagna, utilizzata da più di mille e duecento catalani per rispondere a necessità giornaliere come cibo, prestazioni mediche, alimentazione biologica e vari servizi. Il suo funzionamento è semplice. Un eco equivale esattamente ad un euro e può essere scambiato con delle ore di lavoro o con prodotti e servizi. Gli eco si possono convertire in euro ma non viceversa. Il tutto in maniera virtuale, perché l’eco non viene stampato. Si tratta di una forma di scambio, basata sulla fiducia e che avviene anche attraverso Internet.

Le transazioni hanno luogo tramite una piattaforma online chiamata Community Exchange System e direttamente nei mercati o negli spazi delle cooperative, come ad esempio all’interno della Cooperativa Integral Catalana, una delle organizzazioni che ha dato l’impulso alla creazione della moneta sociale eco, collaborando con altre reti locali tra cui la Ecoxarxa dell’Alt Congost.

Il primo passo per iniziare ad usare l’eco è quello di fare la propria richiesta e pubblicarla all’interno della piattaforma web. Una volta pubblicata la propria richiesta si attribuisce un prezzo in eco, totalmente contrattabile all’interno della comunità. Scambiando euro o ore di lavoro in cambio di eco con il meccanismo regolato da una banca del tempo, si può arrivare a circa 300 eco al mese, con cui si coprono le spese di affitto, cibo e vari extra in Spagna. La forza della moneta sta proprio nell’essere complementare, per sperimentare soluzioni alternative, come racconta Stefan Blasel di Cooperativa Integral Catalana, che è riuscito “a barattare con la proprietaria di casa delle lezioni di tedesco, in cambio del pagamento di una parte consistente dell’affitto”.

In Spagna è stata superata la quota di sei milioni di persone rimaste senza lavoro, disoccupati e provati da una crisi economica che non accenna a placarsi. E l’alternativa dell’eco può fare in modo di lavorare. Il comune catalano di Tagamanent ha pagato in eco l’organizzazione e i servizi di pulizia della festa di paese inoltre, il sindaco Ignacio Martínez ha avviato un progetto in cui si prevede che tutti gli abitanti potranno pagare in eco alcuni servizi comunali, come i mezzi pubblici, gli impianti sportivi e le iniziative culturali.

E’ anche una questione di mentalità, oltre che di necessità. “Viviamo in una società dove è sempre più difficile chiedere qualcosa in cambio, noi in cooperativa cerchiamo di lavorare molto su questo, sui bisogni delle persone per rispondere alle loro necessità e cercare di emanciparci dalla dipendenza dei mercati”, spiega Stefan Blasel. Qui si entra in contatto con l’altro punto fondamentale nell’utilizzo delle monete complementari che consiste nella fiducia reciproca all’interno della comunità locale, alla base di tutti gli scambi e delle transazioni. L’eco vuole essere anche un po’ un simbolo di un ritorno ad un economia più umana e un’alternativa concreta per soddisfare le proprie necessità con scambi più diretti e trasparenti e, soprattutto, per fare in modo di spendere molto meno.

Un’iniziativa che non è la sola in Spagna, infatti nella penisola iberica circolano più di 30 monete alternative, che si chiamano con i nomi più diversi (pumas, moras, pitas, boniatos, zoquitos, turutas) e che si stanno diffondendo in tutta Europa. In Francia, a Toulouse, utilizzano la moneta complementare Sol Violette da più di due anni e a Bristol ci sono più di 140mila Bristol Pound in circolazione, a meno di un anno dalla nascita della moneta alternativa.

Monica Pelliccia

(foto di Eco Alt Congost)

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