Ancora nessuna notizia di Domenico Quirico

quirico

Da più di tre settimane il giornalista Domenico Quirico è scomparso in Siria e non dà sue notizie.  Sul caso è stata aperta un’inchiesta, la redazione del quotidiano La Stampa ha pubblicato una dettagliata intervista sull’inviato di guerra, che ha raccontato aree di conflitto come il Mali, la Libia e ora si trova disperso in Siria.

Da oltre tre settimane abbiamo perso i contatti in Siria con Domenico Quirico, che da anni racconta su «La Stampa» i fronti di guerra del mondo. In attesa di sue notizie, riproponiamo ampi stralci di una lunga intervista che ha rilasciato a marzo alla rivista «Tracce» (www.tracce.it), che gli aveva chiesto di parlare del suo metodo di lavoro.

 Avevano poco più di vent’anni. Non lo avevano mai visto prima, né lui aveva soldi da dargli. Due ragazzi, tra le fila dei miliziani di Gheddafi e senza intenzione di disertare: non avevano nessun interesse a rischiare così tanto per lui e per gli altri tre sahaffia, giornalisti stranieri, appena presi in ostaggio. Eppure hanno convinto gli uomini del comando a rimandare l’esecuzione, ad attendere. Poi li hanno nascosti in casa, mentre fuori passava e ripassava la battaglia, «per toglierci dalla vista». Di nuovo, li hanno difesi quando gli uomini del Rais li hanno trovati e trascinati in strada per giustiziarli. E l’indomani, all’alba, li hanno portati al primo posto di blocco del nemico, dei rivoluzionari.  

«Quel giorno, ho visto la carità. L’unica forma che assume il divino nel mondo». Era l’agosto di due anni fa. Domenico Quirico, inviato de «La Stampa», all’epoca del rapimento in Libia, dopo sei anni da corrispondente a Parigi stava attraversando le varie rivoluzioni arabe: Tunisia, Egitto, Libia, Somalia, Siria, Mali. «Ho avuto questa fortuna», dice. «Ho vissuto cose molto dolorose e complicate, ma ho avuto fortuna. Perché non sono più la stessa persona di prima». Lo raggiungiamo non appena tornato dal Mali. 

 Che cosa ha visto?  

«Quello che era inevitabile accadesse, complice il disinteresse dell’Occidente. Da anni mi ero reso conto che là si stava costruendo qualcosa di pericoloso. E ora lo abbiamo sotto gli occhi».  

(continua sul sito de La Stampa)

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