Gli schiavi nelle fabbriche di Dhaka

Il numero delle vittime arrivato a quattrocento, dopo il crollo dell’edificio alla periferia di Dhaka. I soccorritori continuano a scavare tra le macerie da sette giorni. Dalla lista dei dispersi mancano ancora 189 persone.

Gli operai hanno protestato anche il Primo maggio, contro le condizioni di lavoro nelle fabbriche tessili del paese. Nell’edificio crollato erano attive cinque fabbriche in cui si producevano capi di abbigliamento per le grandi marche occidentali. La paga dei lavoratori, era di 38 euro al mese.

Un video dell’AFP, delle proteste del Primo maggio a Dhaka

La rivolta dei lavoratori tessili non si ferma dal giorno dopo il crollo, avvenuto nella notte tra il 24 e il 25 aprile, a trenta chilometri dalla capitale, nel quartiere Savar. L’intero palazzo di otto piani, il Plaza Rana, è crollato su sé stesso quando all’interno si trovavano tremila persone, al lavoro nei laboratori tessili e nel centro commerciale.

I sopravvissuti raccontano che i proprietari delle cinque fabbriche, attive all’interno del Rana Plaza, avevano ignorato gli allarmi lanciati dagli operai, che denunciavano delle crepe sospette. La segnalazioni erano state fatte pochi giorni prima della tragedia, anche il giorno precedente, ma i titolari avevano costretto i loro dipendenti a continuare a lavorare nonostante il pericolo.

L’arresto del proprietario dell’edificio, Mohammed Sohel Rana, in fuga verso il confine con l’India, ha placato solo in parte i lavoratori, che ne chiedevano la condanna a morte.  La protesta contro le condizioni di lavoro si è estesa nelle altre fabbriche tessili del paese e altri operai in tutto il Bangladesh, hanno scioperato per la sicurezza sul lavoro e l’innalzamento del salario minimo.

Nella fabbriche crollate con l’edificio, si producevano capi di abbigliamento per le grandi marche occidentali. Tra queste l’italiana Benetton, che  ha negato qualunque rapporto con le fabbriche coinvolte nell’incidente, ma che viene smentita da alcune foto diffuse dall’agenzie. Il New York Times mettendo a confronto diverse fonti, dalle informazioni fornite dai gruppi di attivisti, fino alle etichette trovate sul posto, ha ipotizzato che i laboratori probabilmente lavoravano anche per JC Penney, Cato Fashions, per la società irlandese Primark e per la spagnola Mango. Pinmark ha ammesso che all’interno dell’edificio di Dhaka lavorava uno dei suoi fornitori e Mango ha riferito di aver spedito un ordine per la produzione di campioni di prova. Infine, il 30 aprile, come riporta Quartz, è arrivata anche la dichiarazione della Benetton in cui l’azienda afferma che uno dei fornitori forse aveva subappaltato un lavoro alla fabbrica dell’edificio crollato di Dhaka.

Il Bangladesh è il secondo esportatore di prodotti tessili al mondo, nel settore lavorano più di tre milioni di persone, di cui il 90 per cento sono donne. Per evitare questo tipo di incidenti la Campagna abiti puliti esorta i marchi che si riforniscono nel paese a firmare il Bangladesh fire and building safety agreement: “un programma d’azione che include ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza”.

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