Pussy Riot, fuori una

In foto Yekaterina Samutsevich, la Pussy Riot rilasciata il 10 ottobre

“Hanno suonato per un minuto, durante questa danza punk, lei era già stata già bloccata dalla guardia, ci sono diversi testimoni” così ha spiegato in aula il nuovo avvocato di  Yekaterina Samutsevich che è riuscita a uscire di prigione ed evitare il carcere. Una Pussy Riot è libera. Le altre due ragazze della band, Nadezhda Tolokonnikova e Maria Alekhina, dovranno scontare due anni di reclusione in una colonia penale. Hanno 22 e 24 anni e dei figli piccoli.

Questo è il verdetto della corte d’appello dopo il processo alle Pussy Riot, che si è svolto il 10 ottobre nel tribunale di Mosca con un’udienza che è stata trasmessa in streaming in tutto il mondo. E’ stata confermata la sentenza di primo grado salvo per la condizionale per una delle attiviste, che sono state condannate per “vandalismo e odio religioso” per avere offeso i credenti suonando una canzone punk anti-Putin nella chiesa del Cristo salvatore di Mosca.

Yekaterina Samutsevich, 30 anni, il primo ottobre aveva ricusato il suo avvocato chiedendo la nomina di un nuovo legale e facendo così posticipare di dieci giorni l’udienza del processo d’appello. La decisione della componente della band aveva lasciato intendere il cambio di rotta nella strategia legale, per riuscire ad evitare altri giorni di carcere. Nell’udienza del 10 ottobre Yakaterina si è scusata e  ha “chiesto perdono a tutti i fedeli per il concerto nella cattedrale di Cristo il salvatore”. I giudici le hanno concesso gli arresti domiciliari, ritenendo che sia “rieducabile anche fuori dal carcere”, con obbligo di firma in commissariato due volte al mese e l’intimazione a non commettere più reati.

Il discorso della 24enne Maria Alekhina ha concluso il dibattito processuale, con i giudici che hanno interrotto l’udienza dopo queste parole: “Noi non siamo disposte a tacere –  ha detto Alekhina – Il presidente Putin ritiene che il nome del nostro gruppo sia indecente, io lo tradurrei come la Rivolta delle vagine. Ma non è più indecente di un appello ad affogare i suoi nemici nei cessi”. La frase con cui Putin, ex del Kgb, aveva vinto le passate elezioni: inseguiremo i terroristi anche nel cesso. Richiamando al patriottismo russo e riferendosi chiaramente alla questione della Cecenia.

Le due Pussy Riot rimaste in carcere si sono dichiarate “prigioniere politiche del regime russo”. Amnesty international ha lanciato un appello internazionale in favore della loro liberazione e i loro avvocati hanno chiarito subito che intendono portare davanti alla Corte di Strasburgo il caso delle musiciste che indossano la baclava colorata. Della storia delle Pussy Riot, ne parla approfonditamente l’istant book appena uscito “Una preghiera punk per la libertà“.

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