La Cina che non si vede

Della Cina conosciamo solo quello che ci fanno conoscere i giornali e le televisioni cinesi. Ogni tanto arriva qualcos’altro, dopo aver percorso un lungo e tortuoso sentiero attraverso la palude della censura. Poi c’è pure qualche reportage, qualche inchiesta. Basta.

L’anima del paese più potente al mondo rimane per noialtri una grande incognita sotto molti punti di vista. Dove sono le persone normali, i poveracci, la classe media? Cosa fanno, come vivono, che ambizioni hanno? E quali sono gli umori che scuotono, o tentano di scuotere, gli animi dei suoi abitanti?

Moving image in China (1988-2011), al Museo per l’arte contemporanea Pecci di Prato fino al 29 di luglio, è una mostra che tenta di rispondere a queste domande più che a soddisfare l’esigenza di conoscere la videoarte cinese degli ultimi trent’anni. Ne vengono fuori sorprese a non finire: le frustrazioni e i sogni, il disagio, la solitudine e gli incubi di una paese in crescita vertiginosa declinati attraverso una creatività ricca di atmosfere, paesaggi e gesti completamente nuovi ai  nostri occhi.

Una mostra che non poteva che tenersi a Prato, la città invasa, come la chiamano alcuni.  All’inaugurazione c’era anche la console cinese, che ha invitato i propri concittadini ad uscire dagli stanzoni di Chinatown per recarsi al Pecci. Una boutade in piena regola. C’era anche il sindaco di Prato Roberto Cenni, quello indagato per bancarotta fraudolenta della sua Sasch, ma non s’è azzardato a invitare i pratesi alla mostra. Dando addosso ai cinesi, nel 2009 ha vinto le elezioni.

Alessandro Pattume

@oldlitter

blog: savingoldlitter

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