Pretty old news ‘bout Acta

 INTERNET»

Un articolo apparso recentemente accoglie il leak di un «nuovo ACTA». La plateale intenzione di punire «companies and citizens on the basis of allegations»




La giovane parlamentare svedese Amelie Andersdotter (n. 1987) per il Comitato ITRE del Parlamento europeo ha presentato, ormai un mese fa, una bozza di prime impressioni rispetto al famigerato Acta. Una sintesi perfetta delle più evidenti lacune tecniche e assunti aprioristici dell’accordo, alla quale non è nemmeno necessario accennare il più politico tema dell’opacità delle contrattazioni internazionali per invocare il rigetto della proposta della Commissione europea.

  • I vari settori industriali necessitano – come le hi tech patent wars dimostrano – di strumenti coercitivi e dispositivi differenti,
  • se poi di tali strumenti si necessita e quanto è ancora tutto da dimostrare e i cosiddetti dati empirici sono piuttosto latitanti, addirittura rispetto ai valori assoluti forniti dalle dogane,
  • le libertà che necessariamente competono con Acta non sono sufficientemente pesate sul bilancino complessivo, soprattutto quando si consideri la vaghezza del linguaggio dell’Accordo, che tutto è tranne un testo tassativo e definito: dietro ognuno dei paragrafi si nasconde un intero menu alla scelta degli Stati tra i desiderata dell’industria “culturale.
  • Per non infierire ulteriormente ci acceniamo solo alla assoluta opacità delle trattative sull’Accordo: è stranoto ormai che solo grazie a Wikileaks si è evitato di trovarsi di fronte al testo compiuto, eventualmente con un Parlamento impegnato ora a insabbiarlo ora a orientarsi nelle infinite implicazioni di Acta sul previgente.
  • Senza considerare la notevole intelligenza strategica di cercare un accordo anticontraffazione escludendo gli stati che si vuole producano oltre il novanta percento di beni contraffatti.


THE CODE

Si potrebbe proseguire ad oltranza, ma la strada di Acta si spera a questo punto segnata. Purtroppo senz’altro non è una strada senza ritorno: è vero che la tecnologia o il code in linea teorica sono indomabili e i buoni sono certamente più intelligenti; la linea pratica però è un tutt’altro rasoio e in particolar modo ciò che si spaccia per legge può fortemente incidere i nostri diritti costituzionali, proprio attraverso assunzioni aprioristiche su innovazione creatività eccetera. Tra l’altro si pensi all’idiozia di sostenere «Acta non cambia nulla per gli Stati aderenti, ma è cosa buona e necessaria». L’ossimoro si spiega anzitutto perché falso (in effetti a mero titolo di esempio già l’art. 20(2) incide a livello di testo normativo sul nostro ordinamento) ma soprattutto perché Acta è esemplare nel non dire niente e permettere tutto.

Mi spiego: come evidenzia Geist il «permissive language» che caratterizza il testo consente un ventaglio di interpretazioni e implementazioni differenti di Acta che percorrono l’intera «shopping list» dell’industria culturale americana. Il “linguaggio permissivo”, o vago che è lo stesso, è per ovvie ragioni evitato come la peste nei trattati internazionali, quale Acta è. Qualcosa del genere si ottiene con le cd. reservations, clausole o distinti protocolli alle quali uno Stato condiziona la sua adesione, in contraddittorio con gli altri partecipanti, e dunque in maniera ben più predicibile e controllabile che non attraverso una miriade di “può”, “è possibile”, “fino a”, ecc.

QUESTIONE DI LOGICA

È una questione di logica, non di pensare male: a tali clausole sarebbero interessati gli “stakeholders” o attori economici della discussione più che gli Stati stessi, attori economici che non hanno titolo per imporre o proporre reservations, reservations che equivalgono a emendamenti sull’implementazione delle regole di Acta in ambito nazionale. In altre parole ciò che si va cercando non sono clausole vincolanti o escludenti l’uno o l’altro Stato, come di norma è. Si pretende invece un meccanismo che consenta ai veri stakeholders di continuare le trattative in separata sede e individualizzate verso ciascuna delle sedi legislative nazionali successivamente all’entrata in vigore di Acta. Non è un caso che l’originario relatore al Parlamento per Acta, Kader Arif, si sia dimesso dal ruolo ritenendo una «masquerade» l’intera faccenda: «as rapporteur on this text, I also experienced never-before-seen maneuvers from the right wing of this Parliament to impose a rushed calendar before public opinion could be alerted».

Com’è noto il Parlamento ha finalmente respinto – forse per non dover rifare il bel disegnino – la proposta della Commissione di parere preliminare da parte della Corte di Giustizia, che era l’ennesima forzatura di metodo per arrivare a blindare il merito dell’accordo.

PIRATES

Come il Partito pirata la pensano anche altri europarlamentari della sinistra, che da tempo invocano il rigetto della proposta di ratifica dell’Acta: se non altro perché «The European Parliament was not involved in the negotiations and now we are asked to say either yes or no, without the possibility of amending the shortcomings. We cannot support the text as it is. ACTA will probably be buried before the summer» (Lange, S&D). Ora che anche i liberali (!) si sono aggiunti al trenino e gli USA tentennano non sono molte le voci istituzionali apertamente a favore di Acta: fanno eccezione i soliti noti, nonché alcune sacche liberistico-destrorse all’europarlamento (vedi “parere Gallo”).

Giusto perché il lupo perde il pelo ma non il vizio, un articolo apparso recentemente accoglie il leak di un «nuovo ACTA», per quanto ne so ad ora senza diversi riscontri. Tra le tendenze sotterranee più insidiose delle modifiche richieste alle normative di tutela industrialistica e del diritto d’autore è la plateale intenzione di punire «companies and citizens on the basis of allegations». In italiano impropriamente “meri indizi”.

Sono sicuro che la cosa non lascia interdetti solo pochi casuali frequentatori del Codice di procedura penale. Se poi anche un certo Sergey Brin si dice «più spaventato di quanto lo sia mai stato in passato perché in tutto il mondo e da ogni parte ci sono forze molto potenti che si sono schierate contro la libertà della Rete. È terrificante.» (LaStampa.it, 16 apr 2012).

I CUGINI DI ACTA

L’apparato economico industriale sovranazionale e in particolare statunitense è un potentato dalla voce suadente. Lo stesso tentativo di trattarne gli interessi quale segreto di Stato o bene strategico nazionale lo dimostra. Che in Parlamento ci si determini a decretare la morte di Acta non può che sollevare, e considerare che tutto sia dipeso dalla enorme mobilitazione che si è sollevata contro il metodo e il merito di quel provvedimento è un fattore di grande speranza: che gli eletti dipendano effettivamente dagli elettori sembra cosa strana a queste latitudini. Prepariamoci allora a individuare e studiare i futuri cuginetti di ACTA, in ordinata e fremente attesa, perché se per Acta è sbagliato e inutile parlare di sostanza, stante il metodo inaccettabile con cui si è sviluppato il testo, quando i futuri panels di esperti ed esponenti della società civile e dell’accademia lavoreranno all’inevitabile nuovo testo non potranno essere lasciati lavorare da soli. Gli addetti ai lavori esposti alla buriana lobbistica ci porrebbero di fronte una sostanza ancor più punitiva (lo sanno in Francia, ne abbiamo avuto un assaggio con l’ultimo regolamento AGCom anche da noi, senza contare i tentativi SOPA e PIPA negli Stati Uniti): la gran parte dell’ACTA pende già sopra le nostre teste.

Per questo verrà il momento di discutere del merito, e di imporre ciò che vogliamo; in forza di furbizia e conoscenza.

Pier Paolo Franco

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