Diario da #Tahrir

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Alessandro Accorsi @ali_burrasque, 25 anni, freelance soprattutto di Palestina finché non è inciampato in una rivolta al Cairo. Francesca Merletti @maccheee85, 26 anni, videomaker, analista cooperante, al momento è alle prese con le rivolte al Cairo. Giovanni Piazzese, 27 anni, siciliano, si trova in Egitto da ottobre: scrive, filma, fotografa e corre. Tre freelance che raccontano in presa diretta le rivolte in Egitto. Si trovano assieme alla giornalista freelance Laura Cappon @lacappon che segue le rivolte al Cairo per Radio Popolare, nei giorni degli scontri, dopo la strage dello stadio di Port Said in cui sono morte 74 persone. Le madri marciavano al Cairo, nelle strade attorno a Mansour St. era guerriglia, c’erano diversi cortei di protesta tra manifestanti, ragazzi e ultras. Tre muri con filo spinato sono stati alzati per proteggere il ministero degli Interni. Sul fronte giudiziario – nell’indagine sui finanziamenti illeciti a ong straniere operanti in Egitto –  la decisione di rinviare a giudizio 43 persone fra le quali 19 cittadini Usa, oltre a tedeschi norvegesi ed egiziani, segna un ulteriore difficile momento nei rapporti fra il Cairo e Washington, riferisce l’Ansa. “Già criticato per la decisione di bloccare l’espatrio di cittadini americani, l’Egitto ora rischia di mettersi in rotta di collisione con Washington per quanto riguarda il rinnovo degli aiuti che annualmente vengono concessi alle forze armate egiziane e che ammontano a un miliardo e trecento milioni di dollari. Lo ha già fatto capire due giorni fa, il segretario di Stato Usa Hillary Clinton”.

Cronaca degli scontri al Cairo

domenica, 6 gennaio

Quella di ieri è stata una giornata decisamente anomala nel cuore della capitale egiziana. Dopo i violenti scontri di venerdì che, per il secondo giorno consecutivo, hanno visto come protagonisti i manifestanti-ultras e le forze di sicurezza centrali (central security forces), l’aria attorno a Mansour St., Fahmi St. e Mohamed Mahmoud St., benché ancora satura dei lacrimogeni della sera precedente, lasciava presagire qualcosa di buono.

Alle 12:30 Mohamed Mahmoud, passata alla cronaca come la strada del muro, sembrava quasi una normale via da passeggio per famiglie. Sul muro, o ciò che ne rimaneva dopo il suo abbattimento avvenuto due giorni fa, erano ancora presenti giovani egiziani dediti a scambiare opinioni su quanto avvenuto a Port Said e sulle proteste scaturite nella capitale.

Al di là del numero dei manifestanti presenti, decisamente esiguo rispetto a venerdì, l’impressione è che si volesse evitare un altro giorno di scontri con la polizia. In tanti urlavano “a Tahrir, a Tahrir”, indicando chiaramente che le proteste si sarebbero dovute spostare in piazza anziché proseguire nelle strade limitrofe al Ministero dell’Interno. Alcuni hanno persino tentato di costruire delle barriere con il filo spinato reperibile agli angoli delle vie che da piazza Tahrir conducono al Ministero.

Analogamente, Mansour St., la strada che conduce direttamente al Ministero dell’Interno e arteria principale degli scontri che si sono verificati in questi giorni, si presentava sostanzialmente sgombra e l’unico gruppo compatto era formato dagli agenti anti-sommossa posti poco dietro il Collège des Frères. Le forze di sicurezza erano arretrate di circa 300 metri rispetto alla posizione che tenevano all’inizio delle proteste, lasciando una “no-men land” tra loro e alcuni uomini che formando un cordone allontanavano i presenti.

Su Falaki st., appena due parallele dopo, era addirittura presente un nugolo di manifestanti preventivamente posto tra il fronte della protesta e gli agenti delle forze di sicurezza centrali per evitare possibili scontri. Le premesse per un sabato più tranquillo, insomma, c’erano tutte.

Con il passare delle ore, però, il numero dei manifestanti radunatisi attorno a Mansour st. ha cominciato ad aumentare ed è stato in quel momento che si è compreso che qualcosa sarebbe potuto andare storto. I giovani, coloro che avrebbero voluto forzare il fronte e coprire lo spazio che li separava dalla polizia, discutevano animatamente con i più adulti che avrebbero preferito mantenere la tregua.

Intorno alle 15:20 un ragazzo rompe gli indugi, oltrepassa il fronte e comincia a correre in direzione dei poliziotti disinteressandosi dei tentativi fatti per dissuaderlo: in pochi minuti anche gli altri lo seguono, eliminando così la zona cuscinetto tra manifestanti e polizia. A quel punto i tanti bambini di strada presenti nella zona hanno cominciato a fare spazio rimuovendo il filo spinato usato come barriera sino a pochi istanti prima. Con il passare dei minuti si è formato un gruppo sufficientemente numeroso da riportare la tensione a livelli di allerta. In più di un’occasione un drappello di donne e adulti si è inserito nel gruppo dei manifestanti chiedendo invano di tornare indietro e di riprendere la via verso piazza Tahrir. Una volta appurata l’assoluta fermezza dei giovani a portare avanti il proprio tentativo si è compreso che di lì a poco sarebbe scoppiato il caos. E così è stato.

Alle 16:30 circa, dopo alcune brevi sassaiole scatenate dai manifestanti, la polizia ha risposto con un massiccio lancio di lacrimogeni. La folla, tra cui donne e bambini, ha cercato di evacuare la strada, finendo spesso per inciampare nella pavimentazione distrutta dagli scontri, i detriti e il filo spinato. Numerosi i feriti e immediato il caos, con gli ospedali da campo che erano stati da poco smontati.

Le forze di sicurezza hanno approfittato dell’offensiva per avanzare con le camionette e continuando a lanciare gas hanno riconquistato il terreno perso nei giorni scorsi. I giovani hanno tentato di riorganizzarsi per non abbandonare completamente Mansour e, non appena la voce degli scontri si è sparsa, molti altri sono giunti in aiuto. Le ostilità sono proseguite fino a sera. Da un lato i lanci di lacrimogeni per fiaccare la determinatezza dei manifestanti, dall’altro sassaiole e lanci di molotov per cercare di riguadagnare terreno.

Le forze di sicurezza hanno cercato di stabilizzarsi al centro dell’incrocio di Mansour e di mantenere quella posizione strategica. Avanzando avrebbero spinto i dimostranti a concentrare gli sforzi nelle altre strade, rischiando di essere nuovamente accerchiati.

Dal centro di Mansour, invece, potevano controllare agevolmente la situazione con lanci incrociati di lacrimogeni anche sulle vicine Mohamed Mahmoud e Fahmy St.

Gli agenti davano l’impressione di avere il controllo della situazione e fin quando il buio non aveva avvolto le strade attorno al Ministero degli Interni, avevano utilizzato solamente lacrimogeni, seppur in concentrazione massiccia. Più tardi, invece, gli ospedali da campo riferivano di ferite da pallini da caccia come nei giorni precedenti.

Alle nove di sera continuavano ad arrivare giovani a Mansour e a Mohamed Mahmoud, ma senza raggiungere i livelli di venerdì e senza riuscire ad avanzare. In tarda serata, infine, Tahrir e le vie attorno al Ministero iniziavano a svuotarsi lasciando solo lo zoccolo duro dei manifestanti.

La Fratellanza Musulmana e altri parlamentari avrebbero negoziato una tregua, tentando timidamente e alquanto inutilmente di farla rispettare. I giovani, che sembrano sempre più convinti che la loro rivoluzione sia stata tradita, hanno comunque forzato la mano, rimanendo però quasi isolati.

Se non si raggiungerà una nuova tregua in attesa, quantomeno, dello sciopero indetto per l’11 Febbraio, gli scontri nella notte potrebbero evolversi in qualcosa di più cruento per consentire agli agenti di liberare l’area. Si mormora che le forze di sicurezza cercheranno di costruire nuovi muri per le strade prima di questa mattina e i pochi giovani rimasti sono intenzionati a fermarli in qualunque modo.

Alessandro Accorsi

Giovanni Piazzese

#EGYPT · expost24 · Storify.

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