La marcia degli artisti #Egypt

La marcia degli artisti e degli intellettuali al Cairo, per la prima seduta del parlamento. Un corteo di circa due-tre mila persone, artisti e intellettuali, si sta avvicinando all’assemblea del popolo per unirsi ad altri tre cortei in occasione della seduta inaugurale del Parlamento egiziano. ”Il loro slogan è l’incoraggiamento rivolto alle donne quando partoriscono: tieni duro, tieni duro, la libertà sta nascendo”, racconta la giornalista Mona Eltahawy, arrestata e picchiata durante le proteste di piazza Tahrir a novembre.  Di seguito il suo racconto. “Un dito alla volta”. 

Il 23 novembre la blogger e giornalista Mona Eltahawy è stata picchiata e arrestata durante le manifestazioni al Cairo. Appena libera aveva giurato che avrebbe raccontato tutto. E lo ha fatto. L’articolo di The Guardian. 

@monaeltahawy

L’ultima cosa che ricordo prima che la polizia in tenuta anti sommossa mi circondasse, erano i pugni di un uomo che mi colpivano…

Era novembre. Maged mi era venuto a prendere da Piazza Tharir e Mohamed Mahmoud Stret, la prima linea di scontri tra manifestanti e militari, a seguito di una violenta invasione di Tahrir della polizia e soldati, pochi giorni prima. Quasi 40 persone sono morte – tra cui una mia lontana parente – e 3mila sono rimasti feriti. Maged ha provato a tirarmi via. “Basta smancerie, lascia andare il telefono”. Era chiaro che gli uomini che avevamo incontrato tra i manifestanti, lungo la strada Mohamed Mahmoud, ci avevano intrappolati. Lavoravano per i servizi di sicurezza, che erano a pochi metri di distanza, appena al di là della terra di nessuno, e il loro compito era quello di tenerci bloccati fino a quando non fosse arrivata la polizia anti-sommossa.

E quando arrivarono, io ero l’unica rimasta nel negozio ormai deserto. Ho pensato a Maged e agli altri, se erano riusciti a fuggire, però più tardi lui mi ha detto che era andato vicino all’essere picchiato e che era stato in grado di vedere la polizia entrare e pestarmi. “Sei stata intelligente a difendere la tua testa”, mi ha detto Maged. Lui, che aveva bisogno di punti di sutura al viso e ha ancora contusioni alla testa e al torace.

Ho sofferto fratture al braccio sinistro e alla mano destra. La brutalità delle forze di sicurezza egiziane è sempre perfida, spesso casuale e in qualche caso poetica. Pensavo, all’inizio, di rientrare in quella cerchia di chi era stato colpito per casualità. Una attivista per i diritti umani, invece, mi ha spiegato che loro sapevano esattamente chi ero e cosa stavano facendo al braccio che uso per scrivere, quando hanno mandato i poliziotti in quel negozio abbandonato. …

Come i manganelli colpivano le mi braccia, gambe e la parte superiore della mia testa (nella settimane successive, avrei scoperto un livido nuovo ogni giorno), due cose erano fisse nella mia mente: il dolore e il mio smartphone.

La malvagità del loro attacco mi aveva presa alla sprovvista. Si, lo confesso, questo pensiero femminista  che non avrebbero mai potuto picchiare una donna così duramente. Ma non era solo una donna. Il mio corpo era diventato Tahrir Square, ed era tempo di vendetta contro la rivoluzione che aveva spezzato e umiliato la polizia di Hosni Mubarak. E continua a farlo. Abbiamo visto tutti quella fotografia della donna che è stata picchiata e spogliata per la biancheria intima da parte dei soldati in piazza tahrir. Avete notato il soldato che stava per calpestarle il diaframma nudo?Come non avreste potuto?

Il mio smartphone era caduto quando i quattro o cinque poliziotti in tenuta anti-sommossa avevano iniziato a picchiarmi e poi a trascinarmi verso la terra di nessuno. “Il mio telefono, devo riprendere il mio telefono”, mi dicevo, tentando di allungare la mano per recuperalo. Non era la Twitterholic che era in me a gettarsi verso il telefono, ma la sopravvivenza. Per le prime tre o quattro ore di detenzione, sapevo che sarebbe potuta accadere qualsiasi cosa e nessuno lo avrebbe saputo. E’ stato un caso, quasi miracoloso, che quando stavo al ministero, un attivista con uno scarpone è venuto a discutere una tregua tra manifestanti e sicurezza. Appena mi ha dato l’acceso a Twitter, ho spedito fuori, “picchiati, arrestata al ministero dell’Interno”. E subito dopo la batteria si spense.

La malvagità del loro attacco mi aveva presa alla sprovvista. Si, lo confesso, questo pensiero femminista  che non avrebbero mai potuto picchiare una donna così duramente. Ma non era solo una donna. Il mio corpo era diventato Tahrir Square, ed era tempo di vendetta contro la rivoluzione che aveva spezzato e umiliato la polizia di Hosni Mubarak. E continua a farlo. Abbiamo visto tutti quella fotografia della donna che è stata picchiata e spogliata per la biancheria intima da parte dei soldati in piazza tahrir. Avete notato il soldato che stava per calpestarle il diaframma nudo?Come non avreste potuto?

Il mio smartphone era caduto quando i quattro o cinque poliziotti in tenuta anti-sommossa avevano iniziato a picchiarmi e poi a trascinarmi verso la terra di nessuno. “Il mio telefono, devo riprendere il mio telefono”, mi dicevo, tentando di allungare la mano per recuperalo. Non era la Twitterholic che era in me a gettarsi verso il telefono, ma la sopravvivenza. Per le prime tre o quattro ore di detenzione, sapevo che sarebbe potuta accadere qualsiasi cosa e nessuno lo avrebbe saputo. E’ stato un caso, quasi miracoloso, che quando stavo al ministero, un attivista con uno scarpone è venuto a discutere una tregua tra manifestanti e sicurezza. Appena mi ha dato l’acceso a Twitter, ho spedito fuori, “picchiati, arrestata al ministero dell’Interno”. E subito dopo la batteria si spense.

La maggior parte delle persone detenute durante la stessa settimana era finita in una stazione di polizia o in carcere, ma per qualche ragione io sono stata presa in consegna al ministero degli interni e consegnata ai servizi segreti per quasi 12 ore. La violenza sessuale potrebbe essere durata solo per pochi minuti, ma i lividi psicologici restano sempre freschi.

L’aria arancione di mezzanotte – un cocktail di luci di strade, una scuola adiacente in fiamme, l’aria più satura di gas lacrimogeni che di ossigeno – e le sagome nere dei poliziotti con il casco, in tenuta anti-sommossa, invadono i miei pensieri ogni giorno ma mi sento come se avessi dissociato il mio io da quello che è successo. Ho letto notizie di un giornalista a cui sono state rotte le braccia dalla polizia, ma non l’ho connesso alle stecche attorno alle mie braccia che mi permettono solo di digitare con un dito sul touchpad, nemmeno con la placca di titanio che rimarrà nel mio braccio sinistro per un anno, per aiutare ad allineare una frattura scomposta.

Ma le mani sul mio seno, tra le mie gambe e dentro i miei pantaloni – quello lo so, che è successo a me. A volte penso a loro come corvi che pizzicano il mio corpo. Mi chiavano piuttana. Tirandomi i capelli. Il tutto mentre mi picchiavano. Ad un certo punto sono caduta. Il livello dei miei occhi puntava i loro stivali, tutto quello che ho pensato è stato: “Alzati o morirai”.

Mi hanno trascinata al ministero degli Interni, gli uomini dal passato in borghese, che indossavano maschere da chirurghi che noi stessi a indossavamo in piazza Tahrir dal lato dei civili, contro i gas lacrimogeni. Ho quasi gridato. “Sei amico o nemico?”. I loro occhi, spenti al mio assalto, erano la mia risposta.

“Cazzo, sono stata catturata”. Ha cominciato a prendere sopravvento il panico. “Cazzo stanno andando probabilmente ad accusarmi di spionaggio”. Ho vissuto in Israele per un periodo dove ero stata corrispondente Reuters.

“Sei al sicuro ora, ti proteggerò io”. Un alto ufficiale in borghese mi ha rassicurata. “Se io non fossi qui non ci sarebbe nessuno che vi protegge da loro. Vedete quelli, laggiù? sai quello che atti avrebbero fatto?” Puntava una piccola folla che voleva arrivare a me. Anche se l’ufficiale mi aveva offerto protezione, gli uomini che mi avevano presa mi toccarono di nuovo sul seno. Lui non fece nulla.

Era un uomo anziano, dell’esercito, che ha messo fine a tutto questo. “Tiratela fuori”.

“Perché sei in guerra con il popolo?” gli ho chiesto. Lui mi ha guardata dritta negli occhi, combattendo per trattenere una indigestione di lacrime.  Non riusciva a parlare. Altri mi hanno chiesto ancora e ancora: “Perché eri lì?”

“Sono una giornalista, una scrittrice, un’analista”, dissi. Ma in realtà volevo dire lor che avevo desiderato toccare con mano il coraggio. E dire di aver vissuto a Mohamed Mahmoud Street, dove i giovani – proprio i ragazzi, in moti casi, con i numeri delle loro madri tatuati sulle braccia nel caso finissero in un obitorio – affrontavano faccia a faccia le forze di sicurezza. Alcuni di loro che sono sopravvissuti ai gas lacrimogeni e alle pallottole – rivestite di gomma – hanno perso gli occhi. I cecchini hanno voluto mirare alla testa.

Per mesi, piazza Tahrir era stata la mia pietra di paragone mentale: a New York, dove vivo, e ovunque, sono andata a lezione sulla rivoluzione. Ma era impossibile restare i Motorbike Angels – volontari in venuti ad aiutare i medici oberati di lavoro – portare verso ospedali da campo passeggeri spesso privi di coscienza, asfissiati da gas lacrimogeni – e spesso peggio – dalla prima linea di Mohamed Mahamoud.

“Se muoio, voglio essere sepolto nella mia djellaba marocchina. E disteso sul mio letto, pronto,” twittato dal blogger e attivista “Gemyhood” Mohamed Beshir. I gas lacrimogeni che aveva inalato, lo stavano facendo cadere per terra, i giovani hanno interrotto la sua caduta e preso il suo posto in prima linea finché lui non si fosse ripreso.

Nel corso della mia detenzione, ho chiesto cure mediche per le mie braccia e ho mostrato ai miei rapitori i lividi sempre più drammatici che si sviluppavano sulle mie braccia. La maggior parte mia ha chiesto di fare il pugno. “Vedi, è solo un livido. Non sarebbe stata in grado di fare un pingo se avesse una frattura”.

E ho detto loro deliberatamente mimato gesti della violenza sessuale subita. Occhi che distoglievano lo sguardo contrito. Nessuno voleva sentire. “Perché una brava ragazza come te parla di mani nei pantaloni? Sta zitta e tieni nascosta la tua vergogna” immaginavo mi stessero dicendo.

Che io sia dannata se porto questo peso da sola, mi sono detta. E così sono andata avanti e avanti, fiché hanno sentito e uno di loro ha gridato: “La nostra società ha una malattia Quelle reclute della polizia anti- sommossa che ti hanno aggredita, sai quello che gli abbiamo fatto? Li abbiamo portati via dai loro villaggi, ripuliti e abbiamo aperto una piccola breccia nelle loro menti”.

“Questo è esattamente il motivo per cui sta accadendo una rivoluzione”, ho risposto. “Nessuno dovrebbe vivere in quel modo. Chi ha creato quella miseria in cui vivono da chi si è “salvato”?

Ho anche fatto sapere che ero una cittadina americana e chiesto di chiamare un rappresentante consolare. Sapevo che, come egiziano-americana (mi sono trasferita negli Stati Uniti nel 2000) mi sarei potuta risparmiare gli innumerevoli orrori che soffrono gli egiziani. Ma ho anche scoperto il rovescio della medaglia.  “Non sei orgogliosa di essere egiziana? Vuoi rinunciare alla tua cittadinanza?” mi ha chiesto l’ufficiale dell’intelligence militare.

Bendata, ossa stanche e in agonia dalle mie fratture, ho risposto: “Se il tuo compagno egiziano spezza le braccia e vi violenta sessualmente, non vorresti qualcuno nella stanza di cui ti puoi fidare?”.

La violenza sadica delle forze dell’ordine e dell’esercito che si è scatenata su Mohamed Mahmoud Street ha fatto a pezzi nozioni ingenue come i militari “guardiani delle rivoluzione”, o che “l’esercito e da una mano alla gente”. No, la mia mano l’hanno rotta.

Le immagini della settimana scorsa diffuse dall’Egitto della donna ridotta alla sua biancheria intima e picchiata hanno ulteriormente smarcherato la brutalità del Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), la giunta militare che controlla l’Egitto e che deve essere processata per crimini contro il popolo egiziano. Non risco a guardare una di queste immagini di pestaggi perché sento ancora i manganelli che frattura le mie braccia ancora na volta. Se non mi fossi rialzata quando ero caduta, mi avrebbero calpestata come hanno calpestato quella donna.

Ho passato sotto antidolorifici le prime due settimane di nuovo a New York. Ero intorpidita dal dolore, così come la mia capacità di scrivere. Una volta alla settimana vedo uno psicologo specializzato in traumi, un chirurgo ortopedico ha operato il mio braccio sinistro per riallineare l’albero ulnare e fissarlo con una placca di titanio e viti, e ho regolare fisioterapia. Ma questa settimana massiccia delle donne in marcia Tahrir ha acuito la mia attenzione ancora una volta. Quando una donna che preso parte alla manifestazione ha scritto per dirmi che avevo contribuito a ispirare la marcia, perché avevo parlato alla televisione egiziana delle percosse e delle aggressioni subite, sono stata finalmente in grado di piangere. Erano le lacrime di una sopravvissuta non di una vittima.

Il régime di Mubarak ha usato violenza sessuale sistematica contro le attiviste e le giornaliste, ed ecco il SCAF sostenere questa eredità ignobile.

Per citare le donne in piazza Tahrir questa settimana: “Le donne d’Egitto sono una sottile linea rossa”. Il mio corpo e la mia mente, mi appartengono. Questa è la gemma nel cuore della rivoluzione. E fino al mio ritorno in Egitto nel mese di gennaio, ancora una volta guarita, dirò allo SCAF più e più volte. 

Un dito alla volta. 

#EGYPT · expost24 · Storify.

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