Banca d’Italia #MafiaSpa

Mafia spa la più grande banca d’Italia con la crisi economica. Con 65miliardi di liquidità le mafie sono l’unica speranza per le piccole imprese e i commercianti – e non solo loro – stretti dai debiti. Per l’associazione Sos Impresa, che ha stilato il rapporto annuale, l’estorsione, l’usura, il pizzo stanno diventando di proporzioni da “urgenza nazionale” scrive anche il quotidiano francese Le Figaro. La Mafia arriva dove non arrivano più le banche, che chiudono i rubinetti del credito e stringono sulle scadenze dei debiti.

La mafia ha oltrepassato la linea. Lo documenta con il suo libro Giovanni Tizian, giornalista, 29 anni, pagato 4 euro a pezzo: dal 22 dicembre vive sotto scorta. Ha scritto “Gotica: ‘ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea”. Scrive da anni di mafia, da quando è arrivato a Modena con la madre e il fratello, scappati dalla Calabria dove i mafiosi avevano ucciso il padre di Giovanni. Peppe Tizian ammazzato a Locri a colpi di lupara nel 1989.

“E’ squillato il cellulare e qualcuno mi ha spiegato che ero esposto a un rischio…” spiega il giornalista della Gazzetta di Modena, che adesso vive sotto scorta. Giovanni non conosce i dettagli, non può dire se è stato proprio il libro a colpire nel segno – scrive Giusi Fasano nell’articolo in cui intervista Giovanni sul Corriere della Sera – Né sa se il suo rischio è emerso da un interrogatorio, da una intercettazione, dalle parole di un pentito”. Giovanni sa che non è solo.

“Io mi chiamo Giovanni Tizian” è la campagna che è nata per sostenerlo e proteggerlo, perché la guardia alta dell’opinione pubblica è l’arma più efficace contro chi minaccia di voler soffocare nel sangue una voce libera di dire la verità.

“Mafia Spa” è nei piccoli comuni dove lavorano le piccole e medie imprese del Nordest. Il latitante camorrista Nicola Imbriani, 56 anni di Quarto Flefreo (Napoli), detto “La volpe” è stato arrestato domenica in provincia di Padova. A Brugine, un paesino che di malavita organizzata aveva conosciuto, ai tempi, solo residenti affiliati alla banda Maniero, la Mala del Brenta.

Imbriani è considerato il braccio destro del capo clan Giuseppe Polverino, anche lui latitante, e si occupava delle attività imprenditoriali del clan reinvestendo nell’edilizia privata i proventi delle attività criminali.

Veneto lavatrice del denaro sporco d’Italia

Aumentano le denunce per riciclaggio e usura. In pochi mesi sono state messe a segno quattro operazioni contro camorra e ‘ndrangheta. Secondo gli investigatori, emissari del clan Gionta avrebbero “scalato” almeno sei imprese locali in difficoltà. A Padova è finito in manette Cesare Longrondo, accusato di estorsioni e danneggiamenti, presunto affiliato alla criminalità calabrese

Veneto terra di evasori, Veneto locomotiva d’Italia. Veneto dove “qui la mafia non esiste”. E invece c’è, e striscia “silente”, come dice nel suo ultimo rapporto semestrale la Direzione investigativa antimafia. Due i settori prediletti: cittadelle dello shopping e imprenditori da spolpare perché sul baratro della crisi. I numeri della Dia del 2010, pubblicati ad agosto, registrano in Veneto un esponenziale aumento dei reati di riciclaggio, che, a differenza del resto del paese, in un solo anno si sono moltiplicati per sei. L’usura, che cala a livello nazionale, in Veneto aumenta del 23%.

Silenzio e soldi. Questo è il terreno che le mafie prediligono. Lo dimostra la holding Catapano, azzerata a febbraio da un’inchiesta della procura di Padova e sulla quale ora arriva il sigillo della Dda di Napoli. I due fratelli napoletani Giuseppe (che avrebbe tentato un avvicinamento a Domenico Scilipoti per accedere al forum nazionale antiusura bancaria) e Carmine Vincenzo sono arrestati a febbraio per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e alla bancarotta fraudolenta. Ora dietro la holding che avrebbe strangolato otto piccole imprese (di cui sei venete) spunta il clan Gionta, di Torre Annunziata. La Dda di Napoli ha infatti chiesto il rinvio a giudizio, con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, per nove delle 15 persone arrestate nell’ambito dell’inchiesta Catapano. Stando alle indagini, i 50 milioni di euro drenati ai piccoli imprenditori veneti sul lastrico, cui i Catapano avevano promesso iniezioni “salvifiche” di soldi in cambio di lauti anticipi, sarebbero finiti in mano ai Gionta.

E non è che uno degli ultimi casi. L’economia operosa fa gola a tutti, soprattutto a chi ci può nascondere dietro soldi sporchi. Nel mirino ci sono ora i grandi parchi e centri commerciali, gli outlet. E’ qui che, secondo la Dia, si allunga la potente mano mafiosa. Un dato su tutti: nel 2009 le denunce per riciclaggio in Veneto erano due. Nel 2010 sono diventate 12. Una al mese. E così da locomotiva la regione si trasforma in “lavatrice” d’Italia. Secondo la Dia “c’è da segnalare una vulnerabilità dei tessuti sociali locali soprattutto da parte di organizzazioni mafiose connotate da una matrice sempre più imprenditoriale”.

I colletti bianchi, insomma. Camorra e mafia si farebbero largo nei centri commerciali, la ‘ndrangheta nei villaggi-outlet e grandi griffe. Il controllo dei centri commerciali consente di esercitare un grosso potere sui flussi di denaro, condizionando compratori, fornitori e investitori. “Il circuito della grande distribuzione rappresenta anche uno strumento per consolidare il potere illegale sul territorio attraverso l’offerta di impieghi nell’indotto lavorativo”, scrive la Dia, che parla di “un movimento silenzioso che non solleva allarmi sociali, assicurando, al contempo, ampi margini di profitto”. Basta fare un giro nei piccoli “castelli” del lusso come quello di Noventa di Piave (Venezia). Qui qualcuno puà davvero credere che la crisi non esista.

E poi resta sempre il business dei rifiuti. E’ dell’aprile scorso la Procura di Padova che ha indicato in Franco Caccaro, titolare della padovana Tpa (ditta di triturazione), il prestanome dell’avvocatoCipriano Chianese, “re dei rifiuti”, legale del clan dei Casalesi. Nelle casse della ditta di Caccaro sarebbero entrati 3 milioni di euro di provenienza sospetta, ora sequestrati. Altro elemento inquietante: come ha scritto Giovanni Viafora su ilfattoquotidiano.it, Caccaro era stato in società con il presidente del Consiglio regionale del Veneto Clodovaldo Ruffato, Pdl. Il collegamento tra l’imprenditore padovano, denunciato a piede libero, e Chianese, viene dalla Dia di Napoli, che in collaborazione con i colleghi di Padova ha sequestrato alla camorra beni per 13 milioni di euro, tra cui ville di lusso a Sperlonga e abitazioni di pregio nel Casertano. L’indagine, coordinata dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, è arrivata a Padova, mettendo i sigilli sui 3 milioni trasferiti da Chianese alla Tpa di Caccaro.

Sempre nel 2011 scoppia un altro caso. A febbraio la squadra mobile di Padova, in collaborazione con la Dia di Reggio Calabria, ha eseguito un’ordinanza a carico di Cesare Longrondo, calabrese di 44 anni, residente a Torreglia (Padova), accusato, con altre trenta persone, di associazione a delinquere di stampo mafioso. Longrondo è sospettato di affiliazione al clan ‘ndranghetistico della famiglia Longo di Polistena (Rc). Gli investigatori gli contestano danneggiamenti, estorsioni, porto abusivo di armi da guerra ed esplosivi, tentativi di acquisizione di appalti pubblici, attività economiche, concessioni di autorizzazione a servizi pubblici, intestazioni fittizie. Sono finiti sotto sequestri beni per 30 milioni di euro.

E poi ci sono “i fuggitivi”, sospettati di essere affiliati alle cosche perdenti delle guerre di mafia. Sorvegliati speciali che vivono in case di lusso. Come Domenico Multari detto “Gheddafi”, calabrese sospettato di affiliazione con il clan Dragone-Arena di Cutro (Crotone), che a Zimella (Verona) ha accumulato una fortuna. A luglio la Dda di Venezia gli ha sequestrato beni per tre milioni di euro. In 12 anni di “esilio volontario” in terra veneta aveva denunciato in tutto 40 mila euro di reddito. La Dia gli ha sequestrato la Real Costruzioni e la Immobiliare Romana srl, intestate ai figli, oltre a case e appartamenti. Nella terra dove “la mafia non esiste”.

Roberta Polese, Il Fatto quotidiano

Padova, il presidente del consiglio regionale socio di un prestanome del boss

“Siamo dello stesso paese. E poi ero ammirato dalla sua intraprendenza, faceva tante cose”. Clodovaldo Ruffato (Pdl) spiega così il suo rapporto con Franco Caccaro, i cui beni sono stati sequestrati pochi giorni fa dalla Dia di Napoli per i rapporti con il boss della camorra Cipriano Chianese

A tre giorni dall’operazione della Dia di Napoli, che ha portato al sequestro di beni dell’imprenditore padovano Franco Caccaro, considerato dagli inquirenti il prestanome del boss della camorra Cipriano Chianese, soprannominato «il re dei rifiuti», si scopre che lo steso Caccaro, ex titolare della fallita «Tpa Trituratori» di Santa Giustina in Colle (Padova) – «il nostro ufficio al Nord Italia», secondo alcuni pentiti casalesi – è stato in affari da 2000 al 2010 del presidente del consiglio regionale veneto Clodovaldo Ruffato (Pdl).

Risulta, infatti, che i due siano stati soci, assieme ad altre due persone, della «Sica Srl», una società che aveva come oggetto sociale «la costruzione di caldaie e il ritiro di rifiuti recuperabili presso centri di trasferimento o piattaforme ecologiche». La società, costituita nel 2000, è stata messa in liquidazione nel 2007 (incaricato della liquidazione proprio Caccaro) e quindi è cessata nel 2010. Un particolare: la sede legale della Sica, a Fratte (Padova), coincide con quella di una delle unità locali della «Tpa Trituratori». Ruffato partecipava all’impresa con 20.800 euro di capitale versato; Caccaro, attraverso la controllata «Flair Company», con 10.400 euro.

Come spiega la circostanza il presidente Ruffato? «Non ho niente da nascondere – afferma il politico veneto – sono in contatto con tantissime persone, non posso sapere se uno ha rapporti con la camorra. Caccaro comunque l’ho visto l’ultima volta una settimana fa, siamo dello stesso paese». Il numero uno di Palazzo Ferro Fini, sede del parlamento regionale, scende nei dettagli. «Non ho mai fatto nessuna operazione con la “Tpa” – dice -. Con Caccaro avevo fatto una ditta per stufe e pellet. In realtà lui non vi partecipava direttamente, ma con una società. Ci conoscevamo, siamo compaesani. E io ero ammirato dalla sua intraprendenza, faceva tante cose. L’idea di mettersi assieme comunque venne a un tecnico, che poi uscì subito». Ma Ruffato non ha mai sospettato nulla del socio, che per altro aveva precedenti di polizia per reati finanziari? Il presunto prestanome del boss Chianese, tra l’altro, negli ultimi anni si era enormemente arricchito. E «senza alcuna ragione economica», come si legge nell’ordinanza del tribunale di Santa Maria Capua Vetere. «Assolutamente no – ribatte il presidente del consiglio regionale -. Lui seguiva le sue attività, io le mie. E poi la nostra società non è mai partita veramente. Abbiamo venduto solo due stufe. Lo assicuro, è stato un fulmine a ciel sereno. Mi auguro solo che le accuse non siano vere. Il tessuto imprenditoriale veneto e dell’Alta Padovana in particolare è sano».

Giovanni Viafora, Il Fatto quotidiano

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